Bisogni educativi e formativi ai tempi del corona virus di Loredana Piccolo (APEI)

Persuasi che le parole non sono mai innocenti, desideriamo soffermarci sul titolo di questa
condivisione che considera i bisogni educativi e formativi in un tempo che da qualche
settimana non definiamo in giornate quanto in eventi; cioè alla luce di qualcosa che cambia
improvvisamente la condizione dell’umanità generando un cambiamento epocale di
inimmaginabili proporzioni.

Affrontare i cambiamenti è per noi prerogativa di specie, la storia ci insegna che possiamo
sopravvivere a qualunque evento in ragione della capacità squisitamente soggettiva di
adattarci al nuovo habitat – condizione di vita.

La nostra capacità di adattarci e superare le difficoltà dipende dalla possibilità che il
contesto di riferimento supporti in termini realistici il nostro potenziale cioè la possibilità di
crescere affrontando fiduciosi il futuro.

Molte parole si sono spese per riscoprire il valore del tempo, che per amore o per odio, questo
periodo ci induce a considerare, altrettante parole si sono spese per il contesto – casa –
famiglia in cui permaniamo. La casa e la famiglia però non sono necessariamente, così come non
lo è il grembo materno, un luogo rassicurante e felice per tutti.

Ciò premesso, Vi pregherei per un attimo di chiudere gli occhi e rammentare quando per la
prima volta siete stati protagonisti di una relazione educativa rivolta ad un’altra persona e
quando avete compreso che non avreste potuto fare a meno di essere Educatori.

La mia “prima volta” è stata una lezione durissima, avevo circa otto anni ed in classe c’era una
ragazza di molto più grande con una poliomelite che la costringeva a zoppicare vistosamente
ripiegata sul lato destro del corpo. Usciva sempre per ultima e nessuno le rivolgeva la parola,
faceva fatica a portare la cartella mentre scendeva le scale, ma non chiedeva aiuto….
Avrei voluto aiutarla, ma intuivo che per lei era importante farcela da sola, così descrissi la
situazione a mio padre aggiungendo che mi dispiaceva non poter fare nulla. Mio padre
sentenziò che: “Se volevo aiutarla dovevo affrontare la mia personale pena e pensare di
sorridere e salutarla, ma non di aiutarla perché magari non desiderava aiuto.”.

Nella mia cultura d’appartenenza nel saluto c’è il rispetto e così detto, fatto… scoprii che le
avrebbe anche fatto piacere essere aiutata, ma che per Lei era estremamente importante
dimostrare a sé stessa ed agli altri che poteva farcela e che questo le serviva per essere
“rispettata”. Aveva già scoperto che la possibilità di stare a questo mondo, quale diversa tra
diversi, dipendeva dall’accettare la fatica del quotidiano e che questa sua fatica doveva
essere accolta incondizionatamente dagli altri.

Perché… nella misura in cui viviamo quale normale, quotidiana, la nostra “situazione impossibile”
agli occhi dei più possiamo parlarne.

Quando ho deciso che avrei studiato pedagogia? Per la verità mi è stato ordinato dal mio
professore di filosofia, al tempo ero lusingata dall’idea di seguire le “sue orme”, ma sentivo

una viva passione per la giurisprudenza forse anche alimentata dal sapere che avrei fatto
felice mio padre.
Le compagne mi avevano soprannominato “Venite a me”, che venticinque chili fa era anche un
po’ equivoco (ma non era dovuto al sex appeal) mi riconoscevano la capacità di intuire dove
“c’era” bisogno attivarmi, mettere in moto, e tirarmi indietro quando non più utile.
Il professore osservava e mi aveva letto dentro, così mi disse: “Non è tempo di filosofi, di
avvocati è pieno il mondo, ma i veri Educatori scarseggiano”.

Mi parve di aprire improvvisamente gli occhi e di vedere il mio futuro, gli altri vedevano in me
qualità cui non avevo dato particolare importanza. Ho avuto il privilegio di essere allieva di
grandi Educatori che hanno tirato fuori il meglio di me non indulgendo in pietismi e mollezze.
Così spesi una delle due volte di tutta la mia vita in cui dissi un sì incondizionato, l’altro è stato
il sì al marito…

Avete ricordato? Ora siamo pronti per affrontare qualcosa che ci turba, ci sembra
sconosciuto, ma è ontogenesi e filogenesi del nostro essere di persone che possono crescere
nella misura in cui possono stabilire relazioni.

In senso lato una relazione è sempre educativa perché implica un reciproco investimento,
questo è quanto accade nelle relazioni spontanee.

Le relazioni sollecitate dalla risposta ad un bisogno però richiedono anche la definizione per
funzione di ruoli che pongono domande e chiedono risposte.

Noi, educatori – pedagogisti, siamo quelli che mettono in luce le qualità positive, che
ottimizzano le performance e le risorse. In questo scambio ci misuriamo con quanto l’altro ci
porta in termini di gioia, dolore, fatica e non possiamo fare a meno di lasciarci attraversare da
queste dimensioni dell’Essere che richiedono rispetto.

In questa dimensione di ordinato ascolto non esiste distanza, non esiste luogo, perché il tempo
diventa spazio.

L’esperienza, che collettivamente ci accingiamo a mettere in campo, ha nei principi
antecedenti ante litteram nell’insegnamento via radio (Australia, Artide), nei corsi per
corrispondenza, nei maestri itineranti e di strada, nei call center, nelle unità di crisi (telefono
rosa, telefono azzurro e telefono amico).

Noi tutti, adattiamo le condizioni al momento costantemente; lo abbiamo già fatto (quando non
disponevamo di potenti mezzi di comunicazione e non potevamo sapere cosa stesse accadendo
dall’altra parte del mondo) e possiamo farlo ancora.

Conoscere in tempo reale cosa accade in luoghi lontanissimi ha dei pro e dei contro, se da una
parte ci fa sentire meno soli dall’altra in taluni produce un senso di accerchiamento: un nemico
sconosciuto, invisibile e silente, potrebbe bussare alla nostra porta… Particolare riguardo
dobbiamo ai bambini ed alle persone fragili nell’esposizione alle notizie, che sono un atto di
realismo dovuto, ma in dosi e modi adeguati.

Genitori e bambini hanno bisogno di chiarezza, è estremamente importante definire in
incontro/i dedicato/i come si intende procedere.

I genitori non devono sentirsi esclusi, ma devono condividere e sostenere le regole stabilite
nel patto educativo come ad es. non interrompere o rispondere al posto del bambino.
Anticipare come si intende procedere con sintetica premessa genera aspettativa, definire gli
step e anticipare quanto durano può essere un valido aiuto per sostenere l’attenzione e
allenare ed implementare la ritentività.

La forma di condivisione opportunamente scelta dall’APEI sollecita la condivisione di
esperienze che sono al contempo memoria di buone prassi e possono essere esplicativa

ispirazione di future azioni. Siamo di solito poco inclini a questa forma di condivisione che ci
fa sentire “Matusalemme”, ma dato che la vita ci ha offerto molte opportunità riteniamo, in
questa sede, utile procedere in tal senso.

Le prime esperienze mi hanno visto accorciare le distanze andando a recuperare “chi
necessitava di relazione educativa” lì dove era: pediatrie, strada, campi nomadi, aree
terremotate… Poi mi è stato chiesto di organizzare percorsi di scuola – ospedale per bambini
che non potevano avere nessun contatto fisico, oggi sono percorsi normati allora erano
pionieristici.

Come si fa?

Stabilito che non esiste un manuale d’uso, ci si presenta agli esercenti la potestà parentale
(che non sempre sono i genitori) si ascolta, si osserva, si stabilisce una relazione in cui si
esplicita il ruolo di ognuno, si stila l’inventario delle risorse, si riflette e si inizia. Si dice di
NO quando è il caso per non indulgere in empirismi o aspetti fenomenici della relazione.
Si verifica, si controlla l’andamento del percorso intrapreso, si osservano le ricadute e le
possibilità di implementare i risultati.

In una relazione educativa non esiste la possibilità di non apportare un cambiamento, anche
nelle situazioni più severe, perché noi lavoriamo per (cioè al servizio di) e con (cioè insieme a
quanti a noi si rivolgono), e mai sul.

Noi non parliamo né di “casi”, né di “norma”, perché trattiamo materia umana fragile, delicata,
speciale e queste definizioni che non ci appartengono, ci occorrono solo in termini comparativi
per dialogare con i professionisti con cui condividiamo progetti e percorsi.

La relazione che stabiliamo con il richiedente non è paritetica perché in qualità di
professionisti dobbiamo assumerci la responsabilità di valutare la congruenza della richiesta,
la fattibilità della risposta in ordine alle risorse personali e materiali che chi si rivolge a noi
può mettere in campo.

I punti forti dell’inventario delle risorse sin qui esposte implicitamente sono: potenziale,
capacità, competenze, progettazione, verifiche.

Porsi come professionisti dell’educazione implica accoglienza, ascolto, coinvolgimento, ma
parimenti distinzione di ruoli.

Ci stiamo interrogando sul come procedere e sul come fare, tenendo conto che “Impariamo a
fare facendo” e che “Non si può far parti uguali tra diversi”.
Vorrei che vi concentraste su quanto avete imparato, condiviso, esperito, scoprirete che siete
ricchissimi.

La condivisione in corso, mi sollecita a fare memoria di due vicende davvero singolari, accadute
circa quindici anni fa, che ben rappresentano le sinergie che l’Ascolto può suscitare.
Un amico partito quale volontario per aiutare una Istituzione educativa in Nicaragua, mi
chiese di aiutarlo per inviare materiali ai maestri ed ai volontari che si occupavano in modo
particolare dei ragazzi ciechi.
Una persona vedente può imparare a leggere in qualunque modo e con qualunque mezzo, l’unica
cosa che davvero non serve sono le famigerate “schede”, un non vedente non può, per scrivere
in Braille occorrono mezzi didattici speciali e non sostituibili.
Condivisa la richiesta di aiuto con i membri dell’équipe che coordinavo, mentre l’informatico si
occupava della logistica, ed i rimanenti membri di cosa avremmo potuto inviare e di come
avremmo potuto fare a spedirlo, arrivò la prima “doccia fredda”: “Le spedizioni sono
costosissime e non c’è nessuna certezza che i materiali arrivino…”. Così mentre la
psicomotricista si offriva generosamente di partire con due valigioni ed “un paio di mutande”,

un lampo attraversò le nostre menti… Così non li aiutiamo, li rendiamo dipendenti. Per farla
breve valutate varie ipotesi, facemmo una ricognizione delle risorse in loco: “Di quali materiali
e forza lavoro potete disporre facilmente” La risposta fu: “Abbiamo un falegname e tanto
legno e carta…”. Così decidemmo di inviare Loro i disegni dei materiali e di seguirli a distanza.
Più o meno nello stesso periodo una studentessa frequentante l’insegnamento affidatoci
chiese di parlarmi in privato. Attendemmo la pausa e notai che appariva molto stanca e
provata. Le chiesi allora se potessi fare qualcosa per lei. La risposta mi raggelò perché mi
disse: “Per la verità la situazione è questa, mio marito si è ammalato gravemente, anche io non
sto tanto bene ed abbiamo due figli autistici. Le baby – sitter non vengono da noi ed è anche
molto difficile trovare qualcuno che sappia cosa fare”.

La verità è sempre preferibile ad una pietosa bugia, così risposi che non avevo risposte
immediate, ma idee da verificare.

Portai in équipe questa storia che colpì tutti, verificammo le possibilità di un affiancamento di
sollievo e realizzammo che non esisteva un luogo tale da garantire un’ora di riposo ai genitori
in grave difficoltà, soprattutto in presenza di severe disabilità.

Oggi esiste, si chiama “Una goccia di speranza” e mi onora averlo visto fondare da una cara
collega che con paziente e sapiente lavoro ha intrecciato un circolo virtuoso che oggi offre in
più luoghi un’oasi ai genitori che in fiducia possono affidare i propri figli a volontari qualificati
per “prendere una breve pausa”.

Nella città che ci ha dato i natali si dice: “Nisciuno è nato ‘mparato” ma anche “Pure ‘a riggina
avette bisogno d’’a vicina.”.

Se ricordiamo ciò potremo affrontare qualunque cosa!